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INTERVISTA GHEMON
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Pubblichiamo alcune domande rivolte al nostro amico Ghemon poco tempo dopo l’uscita del suo ultimo album “E poi, all’improvviso, impazzire”, disponibile, oltre che nei negozi di musica, nel suo sito: www.ghemonscienz.com. Lavoro che non ci stancheremo mai di promuovere, non per la vicinanza che ci lega all’artista, ma per le qualità che racchiude: da anni non si assaporava uno stile così elegante accostato all’hip hop di casa nostra, un animo così profondo riassunto in 23 tracce, tutte da ascoltare ad occhi chiusi.

Ricordiamo gli altri artefici del progetto: Johannes “Fid Mella” Hilpold creatore di beat sorprendenti, il supervisore Mirko “Kiave” Felice, la produzione di Macro Marco, le voci di Franco Negrè, Mecna, Martina May e Al Castellana.

- Ascoltando e riascoltando le tracce del tuo nuovo album, mi viene da porti come prima domanda: sei più un attento osservatore della società, di ciò che gira intorno a te, o di te stesso? Con chi riesci ad essere più critico?

- L’attenzione è sicuramente alta su entrambe le cose. Quello che più mi aiuta a creare è l’osservazione di quello che mi capita. Chi mi conosce da poco, non ti direbbe mai che il mio punto forte è l’osservazione, perché sono uno che parla, che interviene, che ha difficoltà a tenersi per sè le cose. Ma questa non è che una delle mille tecniche con cui ci si rapporta agli altri: c’è chi è timido, chi è comico e chi come me mostra un lato più spigliato per permettere a quello più riflessivo di incamerare informazioni e rielaborarle quando sono solo. Se prendi in considerazione quello che ho appena detto, la parte dell’approccio con gli altri è la parte “sociale” della mia musica, e quella riflessiva è quella più “intima”. Per franchezza, ammetto di essere più critico con me che con gli altri. Per molti è difficile farlo, ma se qualcosa non va analizzo prima i miei errori, e poi quelle degli altri. E’ come dire: “posso sempre migliorare”.

- Parli di amore, di vita quotidiana, di studio, scuola, lavoro, come si rapporta il tuo modo di fare arte con la quotidianità?

- E’ permeato degli elementi che la cultura Hip Hop mi ha donato quando ero ragazzino, e poi adulto. Mi ha permesso di crescere prima, e di avere spesso un punto di vista privilegiato o comunque diverso da quello della massa dei coetanei che frequentavo. E’ stato come seguire un corso speciale alla stessa scuola degli altri ma sviluppare un senso diverso della realtà.

- Dalle parole che usi, traspare l’importanza che nella tua vita rappresenta la figura femminile, sia nei momenti gioiosi che di amarezza, in netto contrasto con altre culture o movimenti “black”, spiegaci il perché o comunque il tuo pensiero.

- Ma dipende a quale branca della musica black vogliamo riferirci. Una delle mie più grandi ispirazioni è la musica soul ed è basata sostanzialmente su canzoni d’amore, o correlate ai sentimenti. E anche in una certa tradizione di rap, quello spirito è rimasto intatto. Non esiste questo retaggio misogeno e materialista in un gruppo come gli A Tribe Called Quest., per esempio E in ogni caso musicalmente sento di ereditare la tradizione artistica italiana, che dalla “madonna” medievale, alle canzoni d’amore napoletane a quelle d’autore della musica leggera ha messo spesso la donna al centro. Ho solo continuato il solco, perché è banale ribadirlo, ma la mia vita è fatta di interazioni con l’altro sesso: da mia madre e mia sorella, passando per le mie amiche e arrivando alle mie storie. Non si può nemmeno dire che la mia parte maschile non sia forte nei pezzi, perché se si ascolta con attenzione lo è. Ma mi pareva parziale e poco stimolante sotto il profilo creativo, l’idea di prendere in considerazione solo l’universo maschile che rappresento.

- Sei un ottimo scrittore, quindi deduco anche un buon lettore: quali sono le letture che preferisci e quali quelle che ti aiutano nell’arte della rima?

- Sono un lettore onnivoro, e posso dire un lettore “furbo”. Leggo giornali, articoli, libri quando capita, ma sempre che siano di stimolo o di distrazione. Leggo libri comici per lo più autori come Maurizio Milani o Rocco Tanica (che poi sono ispirati a vicenda uno dall’altro, volendo). Cerco di capire nella comicità “no sense” qual è il punto di partenza della pazzia, la scintilla che scatena il paradosso che a me fa ridere. Se leggo il titolo di un libro a caso di Maurizio Milani, ad esempio “Vantarsi, Illudere la Donna e bere liquori” mi viene da ridere e da pensare “è geniale”. La cosa più stimolante per me è capire il genio dove si origina, in quali passaggi di una sua opera. Diciamo che non voglio subire come lettore, voglio interagire per “potenziarmi”.

- Essere un “rapper”, ora come ora, significa fare ciò che una volta facevano i cantautori in Italia, credi che l’hip hop possa essere la “nuova” strada della musica italiana?

- Lo è, senza ombra di dubbio. E’ solo che la qualità della musica che accompagna il rap per la metà o forse più dei casi in Italia, mi stomaca. Tanti miei colleghi sono bravi con le rime ma non fanno nessuna ricerca musicale. E allora stiamo facendo sostanzialmente due generi diversi. Avere un mezzo comunicativo così potente come il rap e non usarlo per migliorare la musica italiana significa avere poca coscienza, poca stima del rap, e soprattutto di se stessi. E’ un po’ una polemica, ma questa precarietà del genere, questo suo arrangiarsi continuo, questa improvvisazione, è si una caratteristica peculiare del rap , ma a volte è semplicemente sintomo di poca professionalità.

- Dai molta importanza ai testi, a volte l’ascoltatore può trascurare l’aspetto musicale dei pezzi, ricordaci invece il grande lavoro che c’è dietro ad ogni beat.

- Ribadisco e proseguo quello che ti ho detto prima. Il lato musicale non è meno importante di quello delle parole. Per me e chi lavora con me non lo è. C’è un lavoro di scelta, cesellatura e critica sulle musiche, da parte mia, molto duro. Poi magari il ragazzino x o l’ascoltatore y continuerà a preferire un beat violentissimo con due note in croce. Il bello del rap è questo, si può essere efficaci sia con qualcosa di basilare sia di più articolato e avere un risultato molto simile. Gradire una delle due cose sta ai gusti di chi ascolta. Da ascoltatore prima, e da musicista poi, preferisco il campionamento mischiato alle parti suonate con gli strumenti “veri”.E’ quello che cerco di mettere anche nei miei dischi.

- In ultimo, vorrei sapere se quello che volevi comunicare con questo disco è venuto veramente fuori, se credi che il messaggio che avevi inizialmente nella tua testa sia stato sviluppato appieno.

- Si è venuto veramente fuori, e spero sinceramente che tutte le persone a cui i messaggi erano velatamente o spudoratamente riferiti abbiano ascoltato o ascoltino prima possibile, per riprendersi un po’ della “pazzia” a cui mi hanno costretto, prima di fare questo disco. In ogni caso è stata l’ennesima riprova che la musica è lì che mi aspetta quando non mi so esprimere in altre maniere, e che, per quanto io parli di accadimenti personali, racconto cose comuni un po’ a tutti. O almeno questo è quello che dicono tutte le persone che si sono affezionate a Ghemon.

Andrea Lanzilotto

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